Maja Homen


Cours complet d'optique - 
Alejandra Kalnisky

.::Agostine::.
Mi sono fatto pigliare e mo è ufficiale...la domenica si continua con il "Deviato della settimana", ma da martedì parte la nuova rubrica, sempre sul mio blog: "Il Deviato di tutti i tempi": la storia della fotografia da Aristotele a Samucciolo!!
Correlatrice: Samu

.::I 33 passi::.
E' il famoso "corridoio" del ponte Diocleziano a Lanciano.
Leggenda vuole che al trentatreesimo passo, nel punto più alto, i disperati, gli afflitti, gli abbandonati e i dimenticati trovino la fine gettando le proprie membra in uno spaventoso salto nel vuoto. La triste sventura di molti concittadini,che da giovane presi la briga di conarrare con l'amico Paolo nell'omonimo racconto (poi premiato al Concorso Eraldo Miscia).
Nonostante i drammi umani, permane il fascino di quel monumentale viadotto in mattoni. Il ponte, in passato unico collegamento con la città nuova, era via di comunicazione vitale ma anche obiettivo "sensibile" al tempo delle impavide scorribande medievali: per questo i nostri antenati pensarono bene di adottare un espediente di immunità politico-militare dedicando il ponte alla Madonna e facendone luogo del suo culto.
Geniale.
Ma il problema che un culto al chiuso era meglio di un culto all'aperto cambiò per sempre le carte in tavola. Laddove prima sorgeva una piccola edicola con l'effige della Beata Vergine, si pensò di costruirvi una piccola cappella. Poi - sull'onda della moltitudine di grazie ricevute - si passò ad una cappella un po' più grande e poi più grande ancora; fino ad arrivare ad una piccola chiesa, una chiesa un po' più grossa, una grande chiesa ed finalmente una cattedrale!
Ponte Vecchio a Firenze, in confronto, ci faceva un baffo! Eh gà, perchè siccome a Lanciano non eravamo secondi a nessuno in costruzioni, ottenemmo un ponte dove era impossibile passare!! Avevamo costruito un ponte per edificarci una chiesa sopra!! Il pretesto della dedicazione alla Madonna divenne così motivo principale di quella struttura. E c'è assolutamente motivo per credere che la stessa chiesa divenisse, a funzioni concluse, il "casello" obbligato per uomini, animali, carri, carretti che - con tanto di buoi - andavano a commerciare nella Piana delle Fiere.
La nostra coerenza era così granitica che quando sorse l'esigenza di "raddoppiare" la carreggiata - costruendo un altro ponte affiaco a quello oramai occupato dalla chiesa - i lancianesi non riuscirono affatto a smentirsi. Anzi: magnanimi e generosi com'erano, allargato il ponte si allargò pure la chiesa!!!
Per fortuna 3-400 anni fa a Lanciano non c'erano solo preti, monaci, decurioni e maniscalchi. Qualcuno ebbe l'idea di sopraelevare tutta la struttura e ricavare nei locali della vecchia chiesa un passaggio, coperto, per il transito e di ricostruire il luogo di culto, bello grande, sulla sua sommità.
Finalmente il ponte riuscì ad avere la sua indisturbata destinazione..a ponte, sebbene qualche tempo più tardi, riempiendo il fosso a meridione, si ricavò il nuovo e comodo Corso Trento e Trieste che mandò il viadotto definitivamente in pensione.
Il complesso del Diocleziano si lascia sfogliare come un libro. Nelle sue pagine è possibile leggere tutti gli avvicendamenti architettonici: dal primo ponte riedificato alla distruzione di quello romano, agli ampliamenti ed alle aggiunte dei secoli susseguenti.
Il corridoio che si vede nella foto resta così l'unico tratto realmente transitabile di questa singolare struttura, giacchè il passaggio coperto, nei sotterranei, è divenuto da mercato del pesce (sic!) a pregevole auditorium per concerti, mostre e spettacoli.
Ho sentito che a Lanciano presto costruiranno una piscina. Date le premesse di cui sopra come minimo ci si giocherà a tennis...
E' l'occhio, e non la macchina, a fare la fotografia.
(E' la fede, e non i fatti, a fare un'esistenza)
Sembra quasi un dilettante, quando descrive il modo in cui, infagottando la propria Nikon D1, sia poi miseramente riuscito ad annacquare 5 mila dollari di attrezzatura nei suoi primi scatti subacquei.
Eppure, in una delle tante piscine di San Francisco, aspettando il calar del sole, Mark Mathews dà vita ad uno dei più bei set fotografici "underwater" mai realizzati.
Utilizzando grandangoli Nikon da 28 mm/f 1.8, stupisce l'osservatore con la sapiente gestione delle fioche luci di cui dispone. I suoi soggetti, le sue modelle, sembrano così raccogliere i loro colori per affrescarseli sui loro corpi come farebbero in un dipinto di Micheal Parkes. Ma l'ispirazione, che a me pare più esaltante, è quella evocativa delle opere di Maxfield Parrish.
Tendendo i propri volti verso lo specchio distorto dalle mai indisciplinate onde della vasca, quei corpi, per riuscire a dare un senso alla propria realtà, sembrano costretti a carezzare un'incrollabile fede nell'esistenza di un mondo che, forse, neppure esiste.
Devono nutrire la necessaria e rilassata fiducia che oltre il pelo d'acqua, di là della piscina, dove ancora nessuno dei loro sensi può sindacare, continuino effettivamente a dispiegarsi il tempo e lo spazio; continui ad esistere quel mondo emerso, anche se loro, muti ciechi e sordi nei suoi confronti, non possano minimamente provarlo.
Tra le ombre che dominano, educate, la composizione delle immagini, sono i fatti a non contare più nulla, mentre la fede in ciò che non si può sensibilmente attestare pare essere quel tutto che riverbera le tensioni della materia verso la propria luce riflessa nel buio.
DELEUZE:
in coloro che credono nella una totale “fusione” tra due esseri che si amano c'è la necessità di non sentirsi soli...
.::EHY, TU!::.
No, no...sì, sì. Proprio tu!
La vedi questa foto? l'ho scattata il 6 Aprile scorso con una scatoletta da 3 mega pixel con ansia da esposizione che oramai non compare più neanche sui cataloghi ufficiali della Nikon!!! erano le 12.24 e per farla diventare notturna ho dovuto passare un pomeriggio col naso appiccicato sul monitor a photoshoppare, photoshoppare e photoshoppare ancora...(a danno pure delle mie già poche uscite galanti)
Beh, ora è il momento di cambiare musica. Ed ho bisogno di te. Sì, hai capito bene:
PROPRIO DI TE, imprenditore plurimilionario che sei finito chissà come sulle pagine del mio pastrocchioso blog a 3 colonne che basta cambiare browser per avere il legittimo sospetto che non si veda più una ciorva;
PROPRIO TU, direttore della banca dove sai che ho un conto in rosso al 31-12-2005 di 14 euro e 52 (tra cui le spese per avermi comunicato con lettera di un avvenuto bonifico di 30 CENTESIMI!!);
PROPRIO TU, arcivescovo delle mie chiese che amo tanto fotografare nei comuni limitrofi;
MA ANCHE TU, benefattore della domenica, che ti ritrovi al mercoledì con in tasca qualche spicciolo..
Toh, clicca qui e dimmi tu se non è il caso di investire
"UN EURO PER L'ARTE"
Vorrei essere migliore come uomo e amico.
(ma come nemico?)
Marianne Le Carrour ha una passione quasi irrequieta per i suoi cromatismi monotonali.
Francese di Bordeaux, vive il futuro di una ragazzina che da giovane ha avuto tra le mani una polaroid con le sue istantanee perfettamente quadrate. E' in grado di reinterpretare sè stessa costantemente, senza il timore di poter essere accostata a molti di quei fotografi che hanno smarrito da tempo tutti i loro colori.
Ispirata alle creazioni di Sarah Moon, Anton Corbijn, Michael Kenna e David LaChapelle, Marianne è la chiave del suo tutto: è alla continua ricerca del suo stile, si offre come modello di evoluzione perpetua; modello per sè stessa, modella per gli altri:
"j'essais de capturer artistiquement les instants éphémères qui m'entourent, instinctivement"
e anche lei usa Carlotta